IL GRANDE BAMBINO
Era il giugno del 1943, in pieno
conflitto bellico durante la seconda guerra mondiale.
Alle pendici dell’Etna, nelle valli che guardano a sud, due carabinieri
a cavallo che perlustravano il territorio raccontavano ai contadini
della zona che avevano incontrato un bambino che ragionava come "uno
grande".
Le leggi fasciste allora vigenti imponevano ai coloni-mezzadri di consegnare
tutto il raccolto del grano agli organi competenti, i quali, in un secondo
momento, assegnavano ad ogni famiglia il quantitativo spettante in base
al rispettivo numero dei componenti.
Ma il grano assegnato l’anno precedente alla mia famiglia non
era stato sufficiente per arrivare al tempo della distribuzione del
nuovo raccolto.
Mio padre, per porre rimedio momentaneo a quella situazione di fame,
mieté un po’ di spighe di grano nel campo, le sgranò,
mise i chicchi in una bisaccia che mi diede per portarla al mulino,
dove il grano sarebbe diventato farina per fare il pane.
All’epoca avevo appena nove anni.
Durante il tragitto verso il mulino mi imbattei in due carabinieri a
cavallo i quali, rispettosi delle leggi, mi sequestrarono il frumento
e pure la bisaccia.
Invano dissi loro: “Siamo sette figli e a casa e non c’è
niente da mangiare. Cosa c’è di male se prendiamo un po’
di grano in anticipo per allontanare la fame?”.
Mi ascoltarono, ma le mie parole non valsero a convincerli a chiudere
un occhio e a lasciarmi il grano.
(Da " i pensieri"
del mio amico Salvatore Furnari).